Il numero del giorno: 10316

(UnoScacchista)
Questo numero mi è stato segnalato oggi pomeriggio da un mio amico serbo. No, non ha niente a che vedere con gli scacchi, ma con la storia recente e mi sembra importante usarlo come un espediente per ricordare qualcosa che sta lentamente sfuggendo dalla memoria: il muro di Berlino, che rimase a dividere la capitale tedesca per 10316 giorni, dal 13 Agosto 1961 al 9 Novembre 1989. E oggi, 5 Febbraio 2018, sono 10316 giorni che il muro è stato abbattuto. Una equidistanza che però non è uguale per tutti.

[Foto di Uberto Delprato, 2015, vicino alla Nordbahnhof]

Per me, ad esempio, è sorprendente: sono cresciuto con il muro di Berlino lì, sempre lì, imperituro e stolido ammonimento di due schieramenti antagonisti, incomprensibile retaggio di una guerra lontana. Il suo crollo fu uno degli atti più simbolici che abbia mai vissuto e lo sento ancora così vivo, così recente. E invece è distante nel tempo tanto quanto è durata l’eternità che per me rappresentava quel muro.

Per le mie figlie, semplicemente, quel muro non è mai esistito. Sanno che ci fu, cosa fu, cosa rappresentò il suo crollo ma… è qualcosa di letto o raccontato, non di vissuto, come per me la seconda guerra mondiale, come il fascismo, come l’olocausto: memoria non vissuta, destinata ad essere dimenticata se non coltivata.

Berliner Zeitung, 5 Febbraio 2018
La prima pagina del Berliner Zeitung del 5 Febbraio 2018

Poi ti guardi attorno e vedi gli effetti che questo appassimento della memoria, prima annebbiata e poi dimenticata nell’ignoranza che ormai viene esibita come una medaglia, sta creando.

Si parla di erigere muri a “difendere” gli Stati Uniti o, nel cuore dell’Europa, l’Ungheria, come se ci fosse modo di imporre un giusto e invalicabile confine tra “noi” e “loro”.

Si parla di riavviare un piano di contrapposizione con armi nucleari, come se le armi, finanche quelle cosiddette “intelligenti”, avessero mai potuto portare la pace in qualche parte del mondo, meno che mai crearla nell’Asia più vicina a noi.

Si parla di “be’, mica si fecero solo cose cattive in quegli anni“, come se per giustificare chi spara da un’automobile bastasse dire “però voleva molto bene ai suoi genitori“.

Posso fare molto poco per arginare questo riavvolgimento del nastro della storia, in fin dei conti sono solo uno scacchista. Posso però mostrare qualche foto di quello che fu il muro di Berlino, di quello che rappresentò per chi lo visse sulla propria pelle di sconfitto e, ormai, di vittima. Quello che mi raccontò una signora tedesca con il suo inglese stentato, mentre mi mostrava dove erano vissuti, nella parte sovietica, i suoi genitori che non aveva più visto da quel giorno del 1961.

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E posso riproporvi un passaggio del concerto emozionante che Mstislav Rostropovich improvvisò davanti a quel muro che ormai rappresentava solamente un passato da demolire. Ma da non dimenticare!

10316 giorni: ci è voluto così tanto per abbattere un muro; spero non ci sia voluto così poco per dimenticarlo.

3 thoughts on “Il numero del giorno: 10316

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  1. Un gran bel ricordo, col cuore, con la testa, grazie. A modo suo e in riferimento ai miei ricordi, l’evento fu davvero emozionante. 28 anni fa avevo 34 anni e sarei voluto stare là, non tanto per demolire qualcosa ma per poter dire ‘io c’ero’; mentre oggi posso solo dire ‘ho visto’, almeno questo l’ho visto e non lo dimenticherò. Mai.

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  2. I grew up in the GDR, lived with my parents through the emotional agony of the decision “do we stay or leave the country, shall we leave everything behind us and are free or do we remain in a deceptive security and are we then perhaps still trapped behind this wall? Back then I just graduated from high school. I was in the middle of this storm of change.
    Sabine

    ———–
    Sono cresciuta nella Repubblica Democratica Tedesca e ho vissuto assieme ai miei genitori il tormento emotivo di decidere “rimaniamo o lasciamo il Paese? Lasciamo tutto alle nostre spalle per essere liberi o rimaniamo in questo stato di apparente sicurezza per rimanere forse intrappolati per sempre dietro questo muro? A quel tempo mi ero appena diplomata al liceo ed ero esattamente nel mezzo della tempesta del cambiamento.
    Sabine (traduzione di Uberto)

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  3. I muri non portano mai niente di buono. I muri dividono, incattiviscono, sono il prodotto dell’odio e delle guerre. Dai muri non viene mai niente di buono, né dai muri fisici né da quelli mentali. Abituiamoci, e abituiamo i nostri figli, a non erigere muri se non quelli delle case per l’ospitalità, per la famiglia, per gli amici, per gli altri.

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