Scacchi islamici, forme astratte per cinque secoli – Parte prima

(Roberto C.)
I giochi da tavolo esistono da più di 5000 anni mentre gli Scacchi con la loro storia abbracciano circa 1500 anni. Alle conoscenze attuali nessuno ha potuto ancora dire con assoluta certezza quando e da chi furono inventati mentre per quanto le loro origini si perdano nella notte dei tempi ci sono varie ipotesi; quella più accreditata è nell’antica India (settentrionale o centrale) anche per via delle numerose leggende arabe sulla loro invenzione che indicano quasi tutte proprio l’India come paese d’origine [1].

[Foto dal Metropolitan Musem of Art di New York]

Quell’antico gioco venne conosciuto dai Persiani e quando la Persia fu conquistata dagli arabi (641 d.C.) venne assorbito dalla loro cultura al punto di essere considerato altamente educativo e formativo e successivamente ‘esportato’ in Europa, principalmente attraverso Spagna e Italia; per tutti gli storici l’introduzione del gioco in Occidente è legato alla conquista della penisola iberica, dove il gioco sarebbe stato presente nella seconda metà del IX secolo [2] (se non addirittura oltre un secolo prima visto che qui l’invasione araba iniziò nell’anno 711), ed alla rapida conquista della Sicilia, dove “la storia dei Musulmani ebbe ufficialmente inizio nell’827, data dello sbarco a Mazara del Vallo in provincia di Trapani[3], con la presa di Palermo nell’831 (poi Messina nell’843, Enna nell’859 e Siracusa nell’878) [4], così da poter essere presente dal IX secolo (se non addirittura, anche in questo caso, oltre un secolo e mezzo prima perché “In epoca di poco posteriore alla morte di Muhammad la Penisola italiana e le principali isole del Mediterraneo cominciarono a subire le scorrerie da parte degli Arabi; la prima di cui si ha notizia interessò nel 652 la Sicilia, allora in mano bizantina.”) [5]. Adriano Chicco, lo storico genovese degli Scacchi, scrisse che la Sicilia per via della “posizione geografica era posta inevitabilmente sulla via degli Scacchi[6].

Certamente nella civiltà islamica del IX e X secolo ottennero una grande popolarità ed a quei primi “Maestri del gioco” viene riconosciuto un elevato grado di competenza e di abilità testimoniato dai numerosi manoscritti a noi pervenuti che trattano del gioco degli Scacchi [7], più precisamente dell’antico predecessore Shatranj, il termine che essi usarono per indicare quel gioco [8], nome che deriverebbe dalla modifica della parola pahlavica persiana Chatrang, poiché i suoni “ch” e “g” apparivano estranei alla lingua araba. E’ con questo nome che si diffusero nell’Occidente europeo: lo Shatranj, gioco al quale fu eliminato l’uso dei dadi e, per questo, ogni elemento d’azzardo, ufficialmente considerato il diretto antenato degli Scacchi moderni.

Oggi a Scacchi si gioca con i pezzi Staunton ma all’epoca quale era la loro forma ?

La teoria più accreditata sostiene che i pezzi indiani e sasanidi fossero figurati e divenuti astratti con l’avvento dell’Islam, per tornare ad essere figurati una volta diffusosi il gioco in Europa.” [9]

Nell’arte islamica “secolare” la rappresentazione figurata era utilizzata fin dalle origini.” [10] ed è anche “possibile che entrambe le tipologie fossero in uso già prima dell’avvento dell’Islam.[11] ma resta il fatto che i pezzi dello Shatranj nell’affascinante storia della loro diffusione da Oriente a Occidente, dal mondo arabo al bacino del Mediterraneo (compreso ovviamente il nord Africa) [12], con quelle loro forme aniconiche del IX-X secolo, non abbastanza figurative rispetto cosa dovevano esattamente rappresentare [13], vi rimasero in tutta l’Europa medievale per almeno cinque secoli.

Nomi pezzi

Il ‘Re’, l’antico pezzo persiano “Shah”, ha forma cilindrica tozza a ricordo di una specie di trono del monarca.

La ‘Regina’, sempre di forma cilindrica tozza, generalmente di dimensioni più piccole rispetto al Re, è l’antico pezzo “Farzin” al tempo dei persiani e “Visiral tempo degli arabi, che simboleggiava la “Tenda del comando” (Consigliere).

L’ ‘Alfiere’, l’antico pezzo “Pil”, ha sezione circolare e la classica forma a tronco di cono campaniforme e due ben distinte protuberanze a stilizzazione delle zanne dell’elefante,[14] pezzo abituale dell’antico gioco orientale, che con il loro completo avvicinarsi diventeranno la forma della mitria vescovile (Alfiere in inglese si dice bishop, cioè vescovo).

Il ‘Cavallo’, l’antico “Asp”, dalla classica forma a tronco di cono ed una grezza sporgenza triangolare nella parte più alta ad evidenziare la testa dell’animale.

La ‘Torre’, l’antica “Rukh”, ha la sezione rettangolare ad angoli arrotondati e l’inconfondibile spaccatura bicuspidata verso l’alto simboleggia l’antico carro da guerra utilizzato almeno fino a tutto l’VIII secolo come mezzo bellico.

Il ‘pedone’, l’antico “Pujada”, dalla classica forma a campana e dalla minor altezza rispetto a tutti gli altri pezzi per via del minor valore scacchistico ma non per questo meno importante durante il gioco.

Seppur non frequentissimi non sono pochi i ritrovamenti in Europa; solo nel nostro paese più di quaranta ritrovamenti nelle seguenti località: Alba, Albano Laziale (approfondimenti), Avella, Bric San Vito (Pecetto Torinese), Bosco di Civezzano, Cortellazzo, Lagopesole, Lucca, Mondovì, Catacombe di San Sebastiano e Venafro. Presentiamo brevemente proprio questi ultimi, i più studiati e per questo, nel bene e nel male, i più famosi.

I pezzi di Venafro sono ritenuti tra i più antichi pezzi di Shatranj ritrovati in Europa. Si differenziano per forme e dimensioni; l’unica comune caratteristica sono le semplici oblique scanalature di una non raffinata lavorazione.

I pezzi di Venafro
I 18 antichi pezzi per il gioco Shatranj (X secolo)

Nella prima fila in alto, andando da sinistra a destra, c’è una Regina con il ‘tappo’ quasi rasato, un Re spezzato in due metà, ed un altro Re integro. Poco più avanti quattro Torri, due a sinistra e due a destra della fotografia, e più centralmente tre Alfieri, quelli con le piccole sporgenze anteriori. Ancora più avanti sempre centralmente i tre Cavalli con la sagomatura della testa del destriero e, davanti a tutti, in prima fila cinque pedoni per un totale di 18 pezzi.

Questi oggetti sin dal loro ritrovamento in un corredo funerario, avvenuto a Venafro nel 1932, hanno avuto una storia molto travagliata per più di 60 anni e ancor prima di essere consegnati, come imponeva la legge, al Museo Archeologico di Napoli dall’ispettore onorario di Venafro Giuseppe Cimorelli, c’erano già i presupposti per prevedere successive difficoltà. La dottoressa Olga Elia, un’autorità nel settore archeologico, in un articolo del 1939 [15] nella convinzione che la necropoli fosse del I-V secolo d.C., li datò come d’epoca romana, ai primi secoli dell’era cristiana; datazione sostanzialmente confermata (intorno al II secolo d.C.), su una delle più importanti riviste tedesche di archeologia [16], dall’archeologo tedesco Heinrich Fuhrmann, un grande studioso delle antiche culture del Mediterraneo, in particolare dei Greci e dei Romani. E anche se Venafro fu colonia, Municipio e anche Prefettura romana, non c’erano prove sufficienti allora, così come non ce ne sono oggi, per retrodatare di circa quattro secoli questi reperti e la nascita degli Scacchi.

Persino il fatto che non si riuscisse ad avere una fotografia diversa da quella in bianco e nero del 1939 suscitò accese polemiche e ampie discussioni fra gli studiosi di tutto il mondo e lo studioso macedone Pavle Bidev nel 1975 espresse forti dubbi persino sulla loro reale esistenza. Il 1994, anche per l’ottenimento di nuove fotografie a colori, fu l’anno del termine delle polemiche e della loro definitiva datazione al X secolo grazie al test del carbonio 14. Prova che fu effettuata contemporaneamente in due differenti ed autorevoli laboratori, uno a Napoli e l’altro a Sidney, con i risultati resi noti agli scacchisti di tutto il mondo in un volumetto edito da L’Italia Scacchistica [17].

A quel testo seguirono numerosi articoli, principalmente su riviste scacchistiche, ma anche su testi accademici come ad esempio uno studio del 2011 [18] dove c’è scritto: “Secondo le più antiche testimonianze storico-letterarie [19] e le sempre più numerose conferme archeologiche [20] che sono affiorate nel corso del Novecento, il gioco degli scacchi sarebbe pervenuto nell’Occidente europeo intorno alla metà del X secolo. A questo periodo rimonta tra l’altro un interessante e tuttora poco studiato reperto italomeridionale: gli scacchi in osso e avorio detti di Venafro. Il set in questione fu ritrovato negli anni Trenta del Novecento all’interno di una sepoltura di epoca imprecisata, individuata all’interno della necropoli romana di Venafro, in Molise [21]. Giudicato a lungo un clamoroso falso storico e restituito agli studi solo di recente grazie ad un’analisi al radiocarbonio [22], il set di Venafro è attualmente ritenuto il più antico ritrovamento europeo [23]. Non è tuttora chiaro se si tratti di un corredo da gioco di produzione locale o se, al contrario, ci si trovi di fronte ad un prodotto islamico d’importazione. La qualità relativamente modesta del materiale e la fattura semplicissima, persino rozza, dei pezzi rivelano in ogni caso che si tratta di un set d’uso corrente. La morfologia rigorosamente aniconica, di tipo ‘islamico’ che ne caratterizza le figure non comporta necessariamente che si tratti di un set d’importazione, come quelli in materie preziose − cristallo di rocca o pietre dure − riferibili allo stesso periodo, documentati in diversi tesori ecclesiastici [24].”

Gli scacchi di Venafro testimoniano la presenza araba tra IX e X secolo che si ricollega alla fase dell’incendio dell’Abbazia di San Vincenzo al Volturno dell’881 e a seguito della mostra di cinque anni fa “Splendori dal Medioevo – L’abbazia di San Vincenzo al Volturno al tempo di Carlo Magno” (approfondimenti) e non leggere polemiche (approfondimenti) sono stati definitivamente trasferiti da Napoli a Venafro per essere esposti in maniera permanente presso il Museo Archeologico di Venafro, in provincia di Isernia. (approfondimenti).

Un consiglio: più andremo ad osservarli (informandosi e chiedendo di loro!) e più tempo resteranno esposti senza rischiare di tornare nei depositi.


Nota dell’autore: Questo testo è un estratto dalla mia conferenza del 24 gennaio 2014 al Museo di Villa Guinigi (Lucca).

Incontri_al_Museo_2014


[1] Padre Félix M. Pareja Casañas, La fase araba del gioco degli scacchi, estratto da Oriente Moderno, Anno XXXIII, n.10, 1953, pp. 407-429

[2] MAKARIOU S., Le jeu d’échecs, une pratique de l’aristocratie entre islam et chrétienté des IX-XIIIe siècles, in Les cahiers de Saint Michel e Cuxa, vol. XXXVI, 2005, pp. 127-140

[3] COSTANTINO A., Gli arabi in Sicilia, Antares, Palermo, 2000

[4] MANNCINI M., Contatti linguistici: Arabi e Italoromania, estratto da XII. Sprachkunde und Migration, 2005, pp.1-10

[5] MANCINI M., Op. cit., p.2

[6] CHICCO A., Gli Scacchi in Sicilia, Contromossa n.7, 1981, pp. 136, 157

[7] Félix M. Pareja Casañas, Op. cit., p. 425

[8] SANVITO A., Il problema scacchistico: una storia, Scacchi e Scienze Applicate, Fasc. 30 (2012). pp. 3-11

[9] ANEDDA D., L’elefante eburneo della Sala Islamica al Museo Nazionale del Bargello in OADI, Rivista dell’Osservatorio per le Arti Decorative in Italia, Anno 3, n.5, giugno 2012, pp.12-24

[10] CONTADINI A., Islamic ivory chess pieces, Draughtsman and Dice, in Islamic Art in the Ashmolean Museum, vol. I, a cura di J. Allan, Oxford 1995, p. 144, nota 4

[11] CONTADINI A., Op. cit., p. 111

[12] SANVITO A., I nove pezzi in pasta di vetro del Museo Islamico del Cairo, L’Italia Scacchistica, Milano, 1994, pp.152-154

[13] L’arte aniconica è detta anche “non figurativa”, “non oggettiva”, “non referenziale” nella quale l’oggetto viene privato di un’immediata riconoscibilità esteriore.

[14]È stata unanimemente accettata dalla critica la funzione del pachiderma come componente del gioco degli scacchi. In India gli elefanti svolgevano un ruolo primario nella scacchiera. Gli Arabi conservarono il pezzo all’interno del gioco durante i primi secoli dopo l’avvento dell’Islam, per modificarlo successivamente in pezzi stilizzati che mantenevano solo le zanne.” (tratto da ANEDDA op. cit, p.18)

[15] ELIA O., Un gioco di scacchi di età romana, in Bollettino della Commissione Archeologica del Governatorato di Roma, 58 (1939), pp. 57-63

[16] FUHRMANN H., Archaologischer Anzeiger, 1941, vol. 56, fasc. III-IV, pp. 616-630

[17] AA.VV., Gli scacchi di Venafro: Datazione radiocarbonica con il metodo della spettrometria di massa con acceleratore, supplemento al n. 1064 “L’Italia Scacchistica”, Milano, giugno 1994

[18] SPECIALE L., Guerra e pace: ancora sugli “Scacchi di Carlo Magno”, Miscellanea Pina Belli D’Elia, 2011, pp. 73-81

[19] MURRAY H.J.R., History of Chess, Oxford 1913; H. Gamer, The earliest Evidence of Chess in western Literature: The Einsiedeln Verses, in “Speculum”, 29 (1954), pp. 734-750; L. Speciale, Gli scacchi nell’Occidente latino: materiali e appunti per un dossier iconografico, in Gli scacchi e il chiostro, Atti del convegno nazionale di studi (Brescia, 10 febbraio 2006), a cura di A. Baronio (“Civiltà Bresciana”, XVI [2007]), pp. 97-128.

[20] Per un quadro storico-critico d’insieme di questi ritrovamenti: A. Kluge-Pinsker, Schachspiel und Trictrac. Zeugnisse mittelalternicher Spielfreunde in Salischer Zeit, Mainz 1991; più di recente D. Gaborit-Chopin, s.v. Les jeux, in La France romane au temps des premiers Capétiens (987-1152), Paris 2005, pp. 188-191.

[21] ELIA O., op. cit.

[22] AA.VV., Gli scacchi di Venafro, supplemento “L’Italia Scacchistica”, op. cit.

[23] KLUGE-PINSKER A., Schachspiel pp. 41, 101-102; A. Contadini, s.v. 6. Gli scacchi di Venafro, in L’eredità dell’Islam in Italia, a cura di G. Curatola, Cinisello Balsamo 1993, pp. 71-72.

[24] Per una ricognizione di questo patrimonio vedi A. Shalem, Islam Christianized. Islamic Portable Object in the medieval Chruch Treasuries of the Latin West, Franfurt-am-Mein 1998 (Ars Faciendi. Beiträge und Studien zur Kunstgechichte, 7).

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