Il progetto CEEGE

(UnoScacchista)
Tra le mie letture nell’ambito della ricerca applicata (di cui mi occupo prevalentemente) ho recentemente letto la notizia di un progetto finanziato dalla tedesca DFG (German Research Foundation) e dalla francese ANR (Agence Nationale de la Recherche) nell’ambito delle scienze cognitive applicate alla ricerca di ciò che rende un giocatore di scacchi migliore di altri.

(Usando occhiali speciali, il progetto CEEGE registra i movimenti degli occhi dei giocatori. La maggior parte degli scacchisti mantiene lo sguardo sui pezzi più importanti nella posizione analizzata – Foto: CITEC/Bielefeld University)

Il progetto si chiama CEEGE (“Chess Expertise from Eye Gaze and Emotion”, traducibile all’incirca in “L’Abilità Scacchistica, gli Sguardi e le Emozioni”) e, partito a Febbraio 2016, occuperà ricercatori del CITEC (Cluster of Excellence Cognitive Interaction Technology) della Bielefeld University e dell’Inria Grenoble Rhones-Alpes per tre anni.

Secondo il Prof. Dr. Thomas Schack (nda: nomen omen?), scienziato sportivo e psicologo cognitivo a capo del gruppo di ricerca CITEC “Neurocognition and Action – Biomechanics”,  il gioco degli scacchi è un oggetto di ricerca ideale per verificare le esistenti teorie su come il cervello controlla l’attenzione e risolve problemi. Ciò perché  i giocatori di scacchi devono esercitare la massima attenzione e prendere decisioni su come procedere in rapida sequenza.

Stiamo indagando le specifiche tattiche di gioco, il comportamento dei giocatori nei confronti dell’avversario, e il loro linguaggio del corpo“, afferma il Dr Kai Essig, che insieme a Thomas Küchelmann sta lavorando sul progetto. “Con i risultati di questo progetto, in futuro saremo in grado di prevedere la forza di gioco di uno scacchista e quali sono le possibilità che un giocatore vinca la partita che sta giocando. Potrebbe essere anche possibile identificare quale serie di mosse potrebbero aumentare le probabilità di vittoria.

Per raccogliere quante più informazioni possibile sui giocatori e sulle loro attività durante una partita, i ricercatori di Bielefeld utilizzano occhiali in grado di registrare dove stanno guardando i giocatori, mentre  videocamere registrano le loro espressioni facciali e i movimenti del corpo per studiarne il linguaggio. Il Prof. Dr. James Crowley e il suo team dell’Istituto Inria si stanno concentrando invece sulle emozioni dei giocatori, registrando, ad esempio, microespressioni, gesti, battito cardiaco, frequenza respiratoria e  traspirazione.

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(Nel progetto, il Dr. Kai Essig e i suoi colleghi stanno studiando quale modello matematico possa prevedere il comportamento di un giocatore durante una partita – Foto: CITEC/Bielefeld University)

Più di 120 partecipanti hanno finora giocato a scacchi “sotto osservazione” nella prima parte dello studio. Di questi, solo un terzo erano esperti di scacchi, mentre i rimanenti erano principianti. “Sia lo studio in corso sia lo studio di prova hanno confermato che i giocatori esperti mostrano differenze significative nei movimenti oculari rispetto ai principianti“, afferma Kai Essig. “Gli scacchisti esperti si concentrano per la maggior parte del tempo sui principali pezzi che possono modificare la posizione a loro vantaggio. Insomma, chi sa giocare bene a scacchi gestisce meglio l’attenzione, in maniera più efficiente dei principianti.” Secondo Essig, i dilettanti saltano con lo sguardo  frequentemente da una pezzo all’altro , e guardano quasi tutti i pezzi in gioco, indipendentemente dal fatto che essi svolgano un ruolo importante o no nella particolare posizione sulla scacchiera.

Sulla scorta sull’esperienza acquisita durante la prima parte  del progetto, a Novembre i ricercatori hanno seguito da vicino il campionato del mondo di scacchi di New York. “All’inizio del torneo, era abbastanza chiaro che Magnus Carlsen avrebbe vinto. Aveva giocato in maniera più incisiva e mantenuta saldamente l’iniziativa durante le prime sei partite:  è stato praticamente impossibile per Sergej Karjakin imporre il proprio gioco“, afferma il fisico Thomas Küchelmann. Quando si osserva da lontano, però, si possono trarre solo conclusioni limitate. Come spiega Küchelmann: “Per poter effettuare valutazioni concrete, avremmo dovuto valutare e misurare il gioco di Carlsen e di Karjakin con le nostre attrezzature. Sarebbe stato interessante, per esempio, misurare in maniera oggettiva la reazione emotiva di Carlsen alle mancate opportunità di vittoria e al suo errore nell’ottava partita, che ha perso, nonché le reazioni emotive di Karjakin a corto di tempo nel tie break.

Con i loro risultati, i ricercatori puntano a sviluppare un sistema in grado di analizzare i punti deboli sia dei principianti sia dei giocatori esperti, e allenare i giocatori, fornendo suggerimenti e spiegazioni. Il sistema sarebbe in grado di suggerire la mossa migliore in una determinata situazione. “Guardando al futuro, si potrebbe anche ipotizzare di integrare questo sistema di assistenza in un robot. Con la loro presenza fisica, i robot potrebbero motivare i giocatori in un modo diverso rispetto ad esempio un programma che fornisce suggerimenti da un terminale mobile.”, conclude Thomas Schack.

A questo stadio della ricerca non posso valutare i reali progressi nè immaginare quali potranno essere le ricadute pratiche di questa ricerca. Se da un lato sono contento di vedere come gli scacchi siano ancora considerati una palestra insostituibile per sondare le modalità di pensiero, di azione e di traduzione in pratica di emozioni e calcolo, dall’altro mi spaventa un po’ essere considerato una cavia per validare un modello matematico che potrebbe in seguito diventare un mio “allenatore”. Insomma preferirei che noi poveri umani fossimo lasciati liberi di imparare, sbagliare e migliorare con la nostra esperienza!

Detto ciò, se volete rimanere aggiornati sugli sviluppi del progetto o chiedere ulteriori informazioni, potete contattare:
Dr. Kai Essig, Bielefeld University
Cluster of Excellence Cognitive Interaction Technology (CITEC)
Telefono +49 521 106-6057
Email: kai.essig@uni-bielefeld.de

(Il testo di questo post è unicamente basato su quanto pubblicato sulla pagina dedicata del sito dell’Università di Bielefeld)

2 thoughts on “Il progetto CEEGE

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  1. Interessantissimo articolo! Mi permetta però l’autore (soprattutto visto che è un tecnico addentro alle problematiche della ricerca) di dissentire sui suoi timori di essere considerato “una cavia” e sulle sue preferenze di essere “lasciati liberi di imparare, sbagliare e migliorare con la nostra esperienza!”. Io penso che la conoscenza della realtà umana, in tutti i suoi aspetti, non dovrebbe mai impaurire. Forse le paure di molti si riferiscono alla cosiddetta “intelligenza artificiale” : certamente ci sono tantissime implicazioni filosofiche e pratiche da approfondire nel campo, ed anche pericoli, ma credo che tutto avvenga lungo una linea di sviluppo necessaria e inevitabile.

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    1. Grazie Fabrizio. Come ricercatore non sono certamente preoccupato di questi studi, anzi: la comprensione di alcuni meccanismi cognitivi e di pattern decisionali è un obiettivo valido e con possibili ricadute in molti altri settori.
      La mia conclusione sugli aspetti potenzialmente negativi è solo da scacchista. L’idea di un qualcosa che registri dove guardo, quanto mi soffermo su un certo pezzo, misuri la frequenza del mio battito cardiaco e poi riassuma il tutto in “Il soggetto vale 1984 Elo” oppure “Il soggetto ha perso sicurezza e non sa come continuare” o addirittura “Il tuo avversario è in confusione: attacca il suo Re” non mi entusiasma, diciamo così.
      Insomma: avanti con la ricerca, ma fatemi giocare e divertire come so e come posso.

      Mi piace

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